TUINA E MEDICINA TRADIZIONALE CINESE: COSA HO IMPARATO IN UN MESE IN CINA
Un mese in Cina per sperimentare il Tuina tra ospedali, cliniche e spa: un racconto sul corpo, il dolore terapeutico e una visione più profonda della cura
Nel mese scorso ho trascorso circa trenta giorni in Cina, viaggiando tra nord e sud del Paese. È stato un viaggio intenso, non solo un punto di vista geografico, paesaggistico e culturale, ma anche corporeo e professionale. Ho scelto di viverlo entrando in contatto diretto con una cultura della cura molto diversa dalla nostra, lasciando che fosse il corpo a fare esperienza prima ancora della mente.
Durante questo periodo mi sono sottoposta a numerosi trattamenti di Tuina, il massaggio terapeutico che fa parte della Medicina Tradizionale Cinese (MTC). Ho ricevuto trattamenti in ospedali, cliniche, centri specializzati, spa e piccoli studi locali. Contesti diversi, operatori diversi, ma una visione sorprendentemente coerente: il Tuina, in Cina, è una pratica concreta, quotidiana, profondamente radicata nella cura del corpo.
Non è un massaggio pensato per “rilassare” nel senso occidentale del termine. È un trattamento che lavora per far funzionare meglio il corpo.
Un massaggio non proprio rilassante…
Una delle prime cose che colpiscono, soprattutto per chi arriva dall’Occidente, è che il Tuina non nasce per essere confortevole. Non chiede al corpo di rilassarsi, ma di partecipare.
Tutti i trattamenti che ho ricevuto avevano una caratteristica comune: erano spesso dolorosi. Un dolore netto, profondo, localizzato. Non casuale, non aggressivo, ma preciso. Un dolore che costringe a restare presenti, ad ascoltare ciò che sta accadendo sotto le mani dell’operatore.
In Cina questo non viene vissuto come qualcosa di strano. Il terapista chiede se il dolore è sopportabile, non se è assente. Perché il dolore, quando è ben condotto, non è considerato un errore, ma un segnale utile.
Il dolore come segnale di blocco
Nella Medicina Tradizionale Cinese il dolore indica che qualcosa non scorre: energia, sangue, movimento, capacità di adattamento. Il trattamento non aggira il blocco, ma lo attraversa, con forza se necessario, sempre con direzione e intenzione.
Esiste un principio molto semplice che chiarisce questa visione:
se c’è dolore, non c’è libero flusso; quando il flusso ritorna, il dolore si trasforma.
È esattamente ciò che ho sperimentato più volte: punti estremamente sensibili che, dopo un lavoro preciso e mirato, diventavano improvvisamente più morbidi, più caldi, più vivi.
Forza, sì. Ma perfettamente calibrata
Il Tuina che ho ricevuto non era mai una dimostrazione di forza fine a sé stessa.
La pressione entrava gradualmente, seguiva una direzione chiara, spesso lungo percorsi che riconosco come meridiani.
Il gesto nasceva dal corpo dell’operatore, dal suo radicamento, dal suo peso, non solo dalle mani. Questo rendeva possibile un lavoro molto profondo senza creare una reazione difensiva inutile.
La differenza è sottile ma fondamentale: non si tratta di sopportare il dolore, ma di sentire che quel dolore ha un senso.
Il Tuina negli ospedali: una pratica essenziale
Vedere il Tuina applicato negli ospedali è stata un’esperienza che mi ha colpita profondamente. Non come trattamento complementare “gentile”, ma come intervento diretto su rigidità, dolori e limitazioni funzionali.
In quel contesto il Tuina è essenziale, quasi spartano. Nessun rituale superfluo, nessuna estetica rilassante. Solo mani, corpo, attenzione e risultato.
Questo cambia radicalmente il modo di intendere il massaggio: non più una pausa dal corpo, ma un dialogo attivo con esso.
Cosa porto con me da questa esperienza
Dopo più di due decenni di esperienza nell’ universo del massaggio, non credo nelle rivoluzioni improvvise. Credo nelle integrazioni sottili, in ciò che affina e rende più chiaro un lavoro già consolidato.
Questo mese in Cina non ha cambiato il mio modo di lavorare, ma ha reso più consapevoli alcune scelte: l’uso della forza, la direzione del gesto, il rapporto con il dolore, il rispetto dei tempi del corpo.
Il Tuina non è diventato il mio linguaggio principale, ma è entrato nel mio modo di ascoltare.
E quando l’ascolto è più preciso, anche il risultato lo è.
In conclusione
Questo viaggio mi ha resa più consapevole di ciò che già facevo.
Il corpo non ha bisogno di essere impressionato, ma ascoltato. È da questa qualità di ascolto, maturata anche grazie all’esperienza vissuta in Cina, che continuo oggi il mio lavoro.